domenica 20 febbraio 2011

Un pane che l(i)evati

All'inizio di febbraio ho seguito un corso molto bello sulla mia bestia nera: i lievitati. Sono stati due giorni intensissimi, alla fine dei quali mi son detta che ci avevo visto giusto, i lievitati non fanno per me e che tutte le (poche) volte in cui, in passato, avevo pasticciato col lievito di birra e ne era uscita una cosa commestibile, si era trattato indubbiamente di un miracolo e cioè un evento per sua natura eccezionale e unico.
Non fraintendetemi: il corso è stato bellissimo davvero. Ma me ne sono tornata a casa con la sensazione che si tratti veramente di una scienza, di qualcosa che esiga precisione assoluta e la considerazione contemporanea di un numero talmente alto di variabili che io, armata solo del mio entusiasmo nasometrico, proprio non ce la posso fare.
Però, oltre a questa considerazione, mi sono portata via una palletta del famoso lievito madre di Adriano e Paoletta. Quando hanno detto che il lievito andava nutrito costantemente - riferendosi ai cosiddetti rinfreschi - ho capito che mi ero fregata con le mie stesse mani. Vi pare che una come me, che nutrirebbe per istinto anche le pietre del selciato, avrebbe potuto lasciar morire di fame quel povero lievito?
E così, quasi 20 giorni dopo, ho il frigo pieno di lievito. Saranno tre chili ormai. Il ragazzino mangia e cresce che è una gioia.
Oggi, la prima domenica casalinga e tranquilla dall'inizio dell'anno, ho deciso di cominciare a intaccare le mie scorte. Con questi risultati:


Questo è pane, senza ulteriori aggettivi. La ricetta me l'ha data Olga, una delle mie compagne di corso; sì, perché fra noi ex-allieve abbiamo dato subito vita a una "mailing list naturale" in cui ci scambiamo successi e disfatte, consigli e suggerimenti.
La sua ricetta m'è parsa più fattibile di altre e oggi l'ho provata, confortata anche dai risultati ottenuti da lei (a cui, però, mi sa che riesce tutto, a giudicare dalle foto criminali di panini e focacce che manda in giro all'ora di pranzo ;).
La pagnottona non s'è colorita granché in cottura, e anche la lievitazione l'ha fatta in larga parte fuori dal forno (per problemi di tempistica maldestra). Ma non ho resistito, ho cominciato a strapparne via pezzi appena fuori dal forno e mi pare buonissima (meglio vi saprò dire quando si sarà un po' raffreddata). Guardate qui:


la mollica ha i suoi bravi alveoli grandi e piccini, la crosta è croccante senza essere troppo spessa, il profumo è buono, per niente acido, e la consistenza mi pare abbastanza leggera, non il triste mattone che temevo di ottenere (come altre volte in passato).
La prossima volta, magari, un po' più di sale nell'impasto.
Ma fossero tutti qui i problemi :)

Insieme ho fatto anche la focaccia, seguendo una ricetta precisissima su un sito da non perdere, segnalato sia da Olga sia da Roberta, altra mia complice in lievitazioni :)
Qui sono riuscita a tagliare un po' i tempi di lievitazione, sicuramente grazie all'eccezionale salute del lievito, e ho sfornato la mia prima focaccia molto prima di quanto sperassi:

Ho trassato un po' sull'ultima lievitazione, che è stata più breve e a una temperatura inferiore rispetto a quanto diceva la ricetta, ma il risultato mi piace lo stesso :)

Insomma, direi che un altro paio di domeniche così e mi passa la paura ^ ^.

Gratitudine imperitura a Paoletta e Adriano, e anche Vittorio ed Eugenio.

(ma voi, il pane fatto in casa, come lo conservate?)